Potito Salatto

Membro del Gruppo del Partito Popolare Europeo (Democratico Cristiano)

Guardiamo al futuro, nel nome di Cavour

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 Intervento su Generazioneitalia.it del 24 maggio 2010 

Voglio cogliere l’opportunità che ci viene fornita da Generazione Italia per fare, in assoluta libertà, alcune considerazioni politiche sul quadro nazionale del nostro Paese.

Sottovalutare in questa fase il dibattito interno all’Udc, nella sua fase di transizione a un altro partito, sarebbe un errore madornale. Lo scenario di oggi si caratterizza per alcune questioni certamente non secondarie:
1. L’esigenza di una ripresa della politica con la P maiuscola, che dia voce ad analisi approfondite della società odierna, dei suoi cambiamenti, dei suoi problemi valoriali ed economici;
2. La situazione finanziaria interna che può aggravarsi per il rischio di recessione presente in tutto l’Occidente e, in particolare, in Europa;
3. La necessità irrinunciabile di realizzare riforme istituzionali e strutturali in modo da adeguare le istituzioni e il Paese ai tempi nuovi che viviamo e a quelli che verranno.
È immaginabile affrontare tutto ciò con un Paese spaccato al 50%, ritenendo che in presenza di un consolidato bipolarismo una parte di quel 50% possa risolvere da solo le questioni sul tappeto? Non ci sono riusciti i governi di sinistra (D’Alema, Prodi), non sembrano riuscirci i governi di centrodestra (Berlusconi). Con l’aggravarsi della crisi, quale sarebbe lo scenario conseguente? La «piazza» riprenderebbe, sicuramente, il suo ruolo di protesta, con effetti disastrosi per la tenuta democratica delle istituzioni; i partiti di governo e di opposizione sarebbero scossi da implosioni con un conseguente pericoloso vuoto politico; il rapporto società-politica verrebbe mortalmente inclinato; l’astensionismo elettorale arriverebbe ai massimo storici. Tutto ciò con danni incalcolabili alla stessa immagine dell’Italia nel contesto europeo e in quello internazionale.
E allora, perché non immaginare un salto di qualità che possa produrre uno scenario politico che coinvolga forze di centrodestra (Pdl-Udc) e forze di sinistra democratico-riformiste (PD), in modo da avere una rappresentanza di governo ampia e in grado di interpretare al meglio quanto si muove nella società italiana? Ebbene sì, un centrosinistra adeguato ai tempi con assunzioni reciproche di responsabilità nell’interesse generale del Paese, al di sopra dei meschini calcoli partitici.
Nella Prima Repubblica questa formula, pur tra luci e ombre, ha garantito lo sviluppo dell’Italia, la crescita economica, la stabilità democratica, tutte cose che oggi più che mai vengono ricordate con quasi unanime nostalgia. Si apra, dunque, un grande confronto fra tutte le forze più rappresentative, tralasciando le immaginabili reazioni dei piccoli partiti cresciuti all’ombra delle irrazionali divaricazioni attuali.
Si coinvolgano le forze sociali, sindacali e produttive per dare contenuti di governo a tutela delle imprese, dei lavoratori, dei cittadini tutti, sempre più chiusi nelle morse di una costante contrapposizione che nulla produce a chi ha responsabilità di governo o di opposizione.
A cosa serve urlare in televisione, enunciare slogan improponibili nella realtà, ritenere l’avversario un nemico da distruggere, mantenere in costante conflittualità la politica, la magistratura, l’informazione, gli organi istituzionali, annullando quell’equilibrio dei poteri dello Stato previsto dalla Costituzione quale unica garanzia per una vita pacifica e democratica dell’intera Nazione?
Si apra, una volta per sempre e velocemente, un dibattito a tutto campo in questa Seconda Repubblica, ai leader si affidi il compito di sviluppare una fantasia politica che legittimi la stessa definizione di leader, per qualificarli statisti come quei loro predecessori che ebbero la capacità di far risorgere questo Paese dai disastrosi effetti di una guerra devastante e di portare l’Italia tra le più importanti nazioni del mondo con una invidiabile ripresa da tutti riconosciuta come “miracolo economico”.
Certo, il contesto è diverso ma la fantasia politica, quando c’è, supera ogni barriera contingente, impedendo peraltro ai cosiddetti “poteri forti” di occupare, approfittando della debolezza della politica, spazi impropri ed egoistici nel contesto non solo nazionale ed europeo ma anche internazionale.
Ricordare Cavour, come ha fatto il presidente Gianfranco Fini in vista del 150esimo anniversario dell’unità nazionale, non è stato a mio avviso una semplice citazione istituzionale, ma qualcosa di più. Cogliamo questa occasione di celebrazione del passato per voltare pagina e guardare al futuro prima che sia troppo tardi; si faccia come noi parlamentari europei, che spesso troviamo, nell’interesse dell’Italia, motivi di convergenza tra delegazioni Pdl (sempre unita), Udc e Pd al di fuori degli attuali schemi nazionali.
È giunto il momento di fermarsi, riflettere, agire nell’interesse anche della legittimazione della classe politica dirigente alla quale, in modi diversi, noi tutti apparteniamo senza distinzione di tessera di partito. Il rischio, altrimenti, è quello di finire nell’«Isola dei non famosi».