24.10 - Intervento su Generazione Italia su Europa e mondo
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La partita dell’Italia si gioca in Europa
Credo che la «primavera araba» nel suo complesso, le elezioni in Tunisia, il cambio di regime in Egitto, la tragica ed esecrabile fine di Gheddafi in Libia, siano sufficienti a immaginare un nuovo modo di essere dei Paesi che affacciano sul Mediterraneo. A porsi la questione deve essere l’Europa nel suo insieme e in particolare noi italiani che, primi fra tutti, confiniamo con quelle sponde.Sarebbe un errore credere che la democrazia come la intendiamo noi occidentali possa trasferirsi automaticamente in Paesi con culture, storie, sensibilità, religioni, diverse dalle nostre. Né tantomeno possiamo immaginare di imporla con le armi. Dobbiamo quindi pensare che i precedenti rapporti economici intrattenuti sinora con quelle nazioni cambieranno notevolmente, perché chi ha abbattuto i dispotici governi di quell’area è consapevole di avere ricchezze utili all’Occidente, ma sinora sottratte alla ridistribuzione sociale delle popolazioni locali.
La mancanza di una nuova politica estera di cooperazione e non di sfruttamento ci farebbe correre il rischio di lasciar lievitare quel rigurgito islamista emergente che attecchisce sulla povertà e la disuguaglianza di tutte quelle popolazioni sinora oppresse all’interno da dispotici regimi e, dall’esterno, da camuffati e occulti colonialismi occidentali.
Francia, Germania, Inghilterra, come era inevitabile per una serie di errori commessi dal nostro Governo, si sono mossi per primi per incassare vantaggi economici quale ricompensa del loro sostegno al cambiamento. E noi? Ancora una volta seguiamo a ruota perché non abbiamo la capacità di mettere in piedi una politica estera adeguata ai tempi e siamo privi di quella necessaria autorevolezza che ci renderebbe affidabili.
Una volta la politica estera era la conseguenza dello stato economico delle nazioni. Oggi, invece, è la condizione imprescindibile per il benessere di un Paese, vista la globalizzazione della crisi e dei rapporti economici. L’Europa e noi, quindi, non possiamo non prendere atto dei cambiamenti in corso in tutta quella parte del mondo a noi vicina.
La Cina e l’India prorompono sullo scacchiere economico e politico mondiale; la Turchia si muove per affermarsi come punto di riferimento autorevole e stabile del mondo musulmano; l’Iran arranca e teme un sorpasso in tal senso perdendo come suo primario interlocutore la Siria, in crisi come tutti i Paesi della «primavera musulmana»; Israele si sente sempre più accerchiato da popoli antagonisti e certamente non resterà con le mani in mano; la Russia di Putin persegue il disegno di realizzare un continente euroasiatico da contrapporre al peso dell’Ue; l’America con il prossimo abbandono dell’Iraq a se stesso e con il prevedibile disimpegno militare dall’Afghanistan in tempi brevi, riscopre quella politica isolazionista che ha caratterizzato alcuni periodi della sua storia, specialmente in presenza di una pesante crisi economica.
A fronte di tutto ciò, dunque, l’Europa tutta e noi per primi abbiamo l’obbligo di superare questo momento di profonda difficoltà che è, certo economica, ma soprattutto politica.
L’Italia deve levare la voce in Europa per far capire che l’impegno formulato dal presidente della Commissione Barroso nella sua recente relazione al Parlamento di Strasburgo per una ripresa economica del Continente, non può non essere legato a una vera strategia di omogeneizzazione delle politiche economiche e sociali almeno dei Paesi dell’Eurozona per impedire, così, quelle spinte egoistiche di revanscismi nazionalistici francesi e tedeschi che possono provocare una deflagrazione della stessa unità europea.
Come si può ben capire, la partita in gioco è molto più ampia di quanto si riesca a immaginare. Per giocarla anche noi ed essere trattati non come momento di intralcio a un rilancio europeo complessivo, abbiamo bisogno di un Governo forte, autorevole, capace di guardare lontano, fuori dai suoi confini, scevro da quel provincialismo nel quale le stesse forze politiche stanno scadendo in un processo di delegittimazione reciproca.
La storia nella sua interezza e le recenti vicende insegnano che non si governa al di fuori della volontà dei propri cittadini e che bisogna comprendere quando è giunto il momento che qualcuno sappia fare con dignità un passo indietro per il bene del proprio Paese e per non essere travolto dall’indignazione popolare. Così com’è necessario che altri facciano un passo in avanti sapendo che nuove esigenze, nuove spinte, nuovi interessi sociali chiedono un cambiamento radicale della rotta. Chi non fa tutto ciò corre il rischio di essere schiacciato dalle rovine che ha prodotto. E l’Italia di certo non merita questo.
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