Potito Salatto

Membro del Gruppo del Partito Popolare Europeo (Democratico Cristiano)

14.07 - Editoriale su Affari Italiani su quote rosa in Campidoglio

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Quote rosa, riserva indiana
 
Il dibattito apertosi sulle quote rosa della Giunta Alemanno ha sicuramente un fondamento giuridico che il Tar saprà definire in maniera puntuale. Credo, però, che nel nostro Paese tale problema si debba porre all’attenzione dell’opinione pubblica e delle forze politiche al di fuori degli aspetti giuridici. Una cosa è la discriminazione di genere, un'altra invece è la definizione per quote della presenza femminile nei settori che contano, istituzionali o meno. Dando vita di fatto a un’inviolabile riserva indiana, che a mio avviso non esalta ma mortifica la dignità femminile. Credo che nessuno possa negare che ormai la nostra cultura abbia di gran lunga superato il maschilismo che ha caratterizzato le società del passato. Ormai tutti riconoscono pari dignità alle donne, anzi, spesso, riconosciamo loro capacità superiori a quelle maschili.
Passare, però, dalla doverosa non discriminazione alla premialità di genere non supportata dal concetto meritocratico (lasciamo stare lo scandalo della parentopolicrazia che ha umiliato ambo i sessi) mi sembra un eccesso nemmeno troppo edificante per la condizione femminile. Si tratta, invece, di realizzare strumenti adeguati (salari, stipendi, asili nido eccetera) affinché la scalata sociale metta tutti – uomini e donne – in condizione di cimentarsi e ottenere adeguati risultati vincenti.
Ecco, io proporrei a tutte le organizzazioni che si occupano di pari opportunità, di affrontare questi temi validi per tutti piuttosto che dar vita a un corporativismo di genere che non ha alcun senso per quell’ulteriore salto culturale di cui il nostro Paese ha bisogno. In questo senso il sindaco Alemanno avrebbe dovuto, di sua spontanea volontà, adeguarsi alla cultura europea dominante e avere la sensibilità di coinvolgere in Giunta una presenza femminile più vasta e valida per meriti, non per quote. Senza arrivare a sottoporsi al giudizio di un tribunale.