La strategia del Ppe
nelle relazioni euromediterranee
di Potito Salatto
L’amico Vito Bonsignore, vicepresidente del gruppo Ppe al Parlamento Europeo, ci ha inviato un apprezzabile, dettagliato e utile contributo sul tema della strategia del gruppo Ppe per le nuove relazioni euro mediterranee. Il documento ricevuto illustra le linee guida per il lancio di un’ambiziosa strategia per il Mediterraneo e suggerisce una possibile linea di azione futura del Ppe, in particolare del gruppo parlamentare europeo, per la definizione di una nuova politica europea. Ne ho voluto operare una sintesi per il lettore interessato e curioso, anticipandogli, per onestà intellettuale, che un tale lavoro di riduzione e cesellatura non può non celare l’indicazione di priorità e sottolineatura di aspetti ritenuti più importanti rispetto ad altri, che ne fa un contributo personale e non necessariamente condiviso dall’amico autore, né tanto meno dal Ppe o dal gruppo parlamentare cui mi onoro di appartenere.
Le importanti manifestazioni pacifiche e popolari in atto nel mondo arabo e nell’Africa del Nord mostrano la necessità di sviluppare urgentemente una nuova politica estera dell’Ue. Essa deve essere rapida, coerente ed efficace utilizzando quest’opportunità storica per promuovere i valori europei, le riforme economiche e del buon governo e la stabilità della regione, attraverso una revisione dei meccanismi di cooperazione tra l’Ue e i suoi vicini del Sud.
Gli avvenimenti recenti accaduti alle porte dell’Europa, in particolare in Libia, hanno conseguenze immediate e dirette per l’Europa. È quindi necessario definire le priorità politiche che devono guidare la nostra risposta a quanto sta accadendo, per promuovere i nostri ideali democratici oltre che le emergenze. L’Europa ha nel Mediterraneo forti preoccupazioni e interessi strategici: è una regione politicamente instabile, con una democrazia inespressa, con un’economia fragile e senza regole, ma dalla quale dipendiamo, per la sicurezza dell’Europa, per i flussi migratori e, anche se in maniera non decisiva, per la fornitura di idrocarburi e di altre materie prime.
L’Ue, con il Processo di Barcellona del 1995 e l’Unione per il Mediterraneo nel 2008, ha tentato di dare una cornice politica alle relazioni euro-mediterranee iniziate negli anni ’70. Tuttavia, l’assenza di una chiara strategia e la mancanza di una forte direzione politica hanno determinato un sostanziale fallimento dell’Europa. Pertanto, le dimostrazioni di milioni di cittadini, il rovesciamento di governi e la soppressione di moti popolari per via militare se da una parte ci hanno colto impreparati, oltre che indignati, dall’altra non ci devono sorprendere. L’Europa, come tutte le altre grandi potenze, finora, purtroppo ha preferito la stabilità della regione alla costruzione di un vicinato democratico, libero e prospero ispirato a standard occidentali. Ha puntato nel Mediterraneo su leader forti e su deboli istituzioni. Questa è stata una scorciatoia di comodo imboccata da tutta l’Europa, lasciando che ogni Paese Ue sviluppasse le proprie relazioni bilaterali per trarre il massimo beneficio competitivo fra gli stessi Stati membri senza lo sviluppo di politiche più lungimiranti e integrate.
L’Europa ha già saputo dimostrare nel passato che può, se unita e determinata, dare il suo contributo decisivo al corso della storia. Ha saputo gestire la transizione democratica di quei Paesi dell’Est che hanno poi aderito all’Ue e ha ora una riconosciuta capacità di gestione delle transizioni. Questa capacità è il vero e unico capitale nelle mani dell’Ue. Gli ultimi avvenimenti danno all’Europa un’opportunità unica. Attraverso una profonda revisione della politica di vicinato, l’Unione europea potrà porsi all’avanguardia per l’instaurazione di una fiducia che si è largamente erosa durante il decennio appena concluso tra il mondo arabo e quello occidentale, presentandosi ora a fianco dei popoli. Come si è detto, nella gestione delle relazioni euro-mediterranee, l’Ue non ha avuto finora una chiara strategia e una forte direzione politica. In conclusione, l’Europa non ha influito sugli eventi.
Il Ppe, forza di maggioranza relativa al Parlamento europeo, nonché rappresentato dalle più alte cariche istituzionali europee, forza di maggioranza assoluta al Consiglio europeo e ai Consigli dei ministri dell’Ue, nonché primo partito europeo, dispone di una forza d’impatto sufficiente per dettare l’agenda politica per dare all’Ue una direzione politica e una strategia vincente. La famiglia del Ppe potrà farsi garante di una strategia dell’Ue basata sul sostegno alla democrazia, sulla creazione di nuove istituzioni forti, sull’organizzazione di elezioni libere e sulle riforme. Questo non per imporre soluzioni o riforme - giacché il processo democratico è nelle mani del popolo - ma per sostenere la transizione in corso in modo che possano essere attuati quanto prima dei programmi per il sostegno delle aspirazioni dei cittadini. Per stimolare questo il nuovo processo democratico, l’Ue dovrebbe introdurre il concetto di “partenariato differenziato” per privilegiare i Paesi che introdurranno autentiche riforma democratiche.
L’identificazione e il supporto ad una nuova classe politica. La caduta di una dittatura non comporta la nascita di una società ideale. Dobbiamo confortare e supportare la determinazione del popolo e la fiducia che ha in se stesso e, soprattutto, individuare quei gruppi sociali e politici suscettibili di sviluppare un piano strategico globale, sia a breve come a lungo termine. Per esempio, non è ancora chiaro quali siano le forze politiche sane interne che potrebbero rovesciare l’attuale regime e costringere Gheddafi a lasciare il potere.
La politica di vicinato dell’Ue, per essere efficace dovrebbe sostituire i pilastri del Processo di Barcellona con obiettivi politici precisi, come la coesione politica, economica e sociale. Dovrà essere introdotto il concetto di partenariato differenziato, per tenere conto dei progressi realizzati, in modo da premiare i Paesi che più si sono impegnati. Gli aiuti andrebbero forniti in modo più efficace, trasparente e a beneficio dei cittadini. Dovrà prevedere delle “misure d’incitamento” per quei partner che si impegneranno per delle riforme chiare e verificabili e riguardanti la democrazia, le libertà fondamentali, la pace, il rispetto dei diritti dell’uomo, lo Stato di diritto, un’economia sociale di mercato e a realizzarle nel minor tempo possibile.
L’Unione per il Mediterraneo (Upm) ha mostrato la sua forza e la sua debolezza. Mentre Euromed mirava a contribuire allo sviluppo dei Paesi del Mediterraneo, l’Upm va ben oltre introducendo il concetto ambizioso di "Unione Mediterranea". Il problema principale è stato la difficoltà a costruire quest’Unione con Paesi in conflitto tra di loro, perché non sono stati definiti obiettivi e strumenti volti al raggiungimento della coesione politica.
Riuscire a mantenere la pace e l’equilibrio tra i popoli all’interno della Regione mediterranea sarebbe già una prima vittoria ma, come si sa, è ottenibile anche con la realizzazione di progetti comuni e concreti. In questi 43 Paesi, il malessere è anche sociale: la popolazione è molto giovane e il tasso di disoccupazione è a livelli inaccettabili. Occorrerebbe ridurre gli squilibri tra le due sponde del Mediterraneo e accrescere la formazione e l’occupazione. Una azione decisa ed intelligente permetterebbe di contribuire ad una soluzione immediata ed adeguata al problema dei flussi migratori. Flussi che potrebbero essere contenuti anche con una risposta umana a questa emergenza, all’altezza della decantata civiltà europea, che dovrebbe suggerire di evitare di ricorrere a strumentalizzazioni tanto egoistiche, quanto inefficaci nel medio e lungo periodo, visti i trend di natalità. L’Ue e i suoi Paesi devono proporre un piano di sostegno immediato di aiuti per limitare le sofferenze dei popoli e il deterioramento dell’economia locale.
La situazione di incertezza geostrategica di tutto il Medio Oriente impone che l’UE deve imperativamente esaminare soluzioni alternative per il suo approvvigionamento energetico e fornire una risposta unitaria in grado di contenere l’aumento dei prezzi. L’impegno di ogni istituzione della Ue non dovrà più essere formale, come lo è stato con il Processo di Barcellona, ma sostanziale. Ad esempio, per ciò che concerne la pace in Medio Oriente, l’Unione europea non deve limitarsi a essere semplice donatore - come è ora - ma deve diventare un attore politico diretto. Diventa necessario e urgente identificare rapidamente gli interlocutori politici e sociali dei Paesi del Mediterraneo che potrebbero condividere e promuovere i nostri principi e i nostri valori.
Occorre non dimenticare che nel mondo arabo, e più particolarmente in Medio Oriente, ci sono dei Cristiani che vivono spesso situazioni di discriminazione. Il nostro gruppo, d’ispirazione cristiana e che non può dimenticare i diritti legittimi di questi popoli e di altre minoranze, deve avere la garanzia che le riforme costituzionali introducano elementi concreti d’integrazione completa di tutte le componenti della società, senza alcuna discriminazione, e garantendo la laicità completa delle strutture istituzionali.
È necessario rimediare con estrema rapidità alla pressoché inesistente visibilità dell’Ue, che è stata latitante fin dall’inizio delle sommosse. Tenuto conto degli interessi particolari degli Stati membri in materia di politica estera, è importante che sia l’Alta rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica della sicurezza - cui formulo il mio personale ringraziamento e apprezzamento per il suo operare silente ma efficace tra le difficoltà descritte - a comunicarlo al resto del mondo. Nonostante le turbolenze nella regione portino a pensare a un congelamento di tutti gli investimenti, il Ppe dovrebbe chiedere all’Ue e all’Unione per il Mediterraneo di lanciare iniziative immediate per aumentare il commercio Nord-Sud e favorire scambio Sud-Sud. Le popolazioni di questi Paesi non dovrebbero essere culturalmente isolati. I programmi come Erasmus, ecc Emuni deve essere mantenuti e rilanciati.
È necessario concordare la nostra strategia sul Mediterraneo con il Ppe e, com’è stato finora, con il sostegno di Fondazioni vicine al Ppe, quali quella che ospita questo mio contributo che ringrazio. Una buona collaborazione tra il gruppo parlamentare e il Partito popolare europeo è fondamentale per unire le forze a nostra disposizione. Il lavoro che attende l’Ue per quanto riguarda la trasformazione delle società dei Paesi che vanno dal Mediterraneo al Golfo Persico è enorme. Si tratta di società, culture, tradizioni e storie completamente diverse dalle nostre.
Tutto ciò detto, un pensiero si è affermato con preponderanza tra le mie recenti riflessioni. Al di là della ragione stessa, delle esigenze della realpolitik, delle necessarie tattiche dettate quotidianamente dalla contingenza della politica, degli interessi degli Stati membri, delle famiglie politiche presenti nella Ue, delle comprensibili e legittime paure dei cittadini europei; al di là di tutto ciò, e di altro che fa parte e pervade la vita di ognuno di noi impegnato o appassionato di politica, a prescindere dalla provenienza di parte e concezione politica da cui emana, una affermazione che ho ascoltato va condivisa nella sua autentica e genuina interpretazione: “un essere umano non può essere illegale”. Teniamola in serbo e che ispiri la nostra azione, qualunque sia il nostro credo politico e religioso.