Potito Salatto

Membro del Gruppo del Partito Popolare Europeo (Democratico Cristiano)

02.05 - Fondo su Fare Italia Mag

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 POLITICA

Ricostruiamo
il centrodestra
di Potito Salatto
Il quadro non cambia: l’antiberlusconismo è stato urlato anche in questi giorni e, all’interno di Fli, sono continuate le affermazioni di quanti, per la verità pochi e in modo politicamente sbagliato, hanno prefigurato sin da ora alleanze con i candidati a sindaci del centrosinistra nei ballottaggi delle imminenti elezioni amministrative. Perciò ritenere che tutto vada bene sarebbe una pia illusione, un modo evidente e sciocco di mettere la testa sotto la sabbia per non prendere atto delle ricadute negative sui consensi del nostro partito.
È forse un caso che dopo Bastia Umbra i sondaggi attestavano Fli all’8% circa, mentre dopo il famoso 14 dicembre che ci ha visti sconfitti nella spallata a Berlusconi, e l’incomprensibile risultato del congresso costituente di Milano segnato da improvvide spaccature interne, oscilliamo tra il 3 e il 4%? Tutto ciò è ancora più grave, a mio parere, perché si ha la netta sensazione che alcuni nel Partito operino sui territori al solo fine di restringere lo spazio di rappresentanza di Fli, in modo da garantirsi, senza timore di concorrenze, qualche posto sicuro nel prossimo Parlamento Italiano.
Certo, quell’apertura a chiunque, in modo da non voler rappresentare una ex An ridotta ai minimi termini, peraltro sempre richiamata dal presidente Gianfranco Fini con grande lucidità strategica, pone timori e problemi a quanti finora sono stati «nominati» deputati o senatori e dunque non si sono mai curati di essere presenti sul proprio territorio. Ma l’apertura a ogni esperienza anche politicamente di provenienza diversa, il voler privilegiare la meritocrazia per la scelta della classe dirigente attraverso il consenso che ognuno è in grado di raccogliere, il dire basta alle oligarchie partitiche che spesso hanno prodotto - specialmente nelle recenti elezioni regionali - forme inammissibili di «parentopolicrazia», non è stata forse la molla che ha sollecitato un nuovo entusiastico e giovanile attivismo politico fra i numerosissimi circoli di Fli che si sono sviluppati sul territorio, che ha impegnato ovunque amministratori locali a mettere la loro faccia, le loro esperienze al servizio di questo nuovo partito? E in ciò incuranti di perdere, come spesso è accaduto, posti di privilegio nei Comuni, nelle Provincie nelle Regioni dove erano stati eletti? Che senso ha tradire tali aspettative?
Dobbiamo assolutamente recuperare il tempo perduto e rafforzare noi stessi per dare un valido contributo a quel Nuovo Polo per l’Italia che di per sé può e deve essere un momento di attrazione di un ceto moderato non più sufficientemente rappresentato dall’attuale Pdl. Come sempre ha detto il presidente Fini, noi dobbiamo essere alternativi alla sinistra e concorrenziali al Pdl, muovendoci con concrete iniziative parlamentari nell’ambito del centrodestra. È evidente che anche l’Udc e il presidente Casini devono trovare, in questo nuovo contesto che li vede non più forzatamente isolati come prima, una linea omogenea e univoca, che premi la strategia e non solo i risultati del potere locale. Ciò per evitare che quanti spingono a ipotesi di nostre intese con il Pd, finiscano in realtà per far naufragare il Terzo Polo, caratterizzato anche da una presenza di origine democristiana sempre temuta e quindi mal digerita. La battaglia in atto è molto più vasta e lunga di quanto si immagini.
Voglio subito chiarire che non sono un anticomunista viscerale, anche perché oggi non è in ballo il comunismo di una volta, quello conosciuto dalla mia generazione. Oggi siamo in presenza di una sinistra certamente democratica che però, risentendo della sua storia e della sua cultura, non ha progetti e obiettivi adeguati a questo aggrovigliato mondo politico ed economico e quindi corre il rischio di aggravare la situazione percorrendo soluzioni settoriali antitetiche alla modernità dei problemi. Il caso Fiat-Marchionne è un esempio illuminante.
Mi auguro che i nostri prossimi congressi sappiano risollevare la qualità politica del confronto evitando che ai felloni colonnelli di una volta si sostituiscano miopi caporali di giornata. Questo lo dobbiamo agli elettori che ci guardano con simpatia ma titubanza, a noi stessi e al presidente Fini che ha avuto il coraggio di intraprendere una difficile ma orgogliosa azione politica e dunque merita molto di più di quanto ognuno di noi sta effettivamente dando.
L’esperienza posta in essere da Adolfo Urso e Andrea Ronchi con la costituzione dell’Associazione Fareitalia alla quale hanno aderito, come fondatori, pure esponenti politici non solo di Fli ma del Pdl, dell’Udc e dell’Mpa, non è forse la prova tangibile che nel centrodestra vi sia un’irrefrenabile volontà di ricostruire una alta politica omogenea e alternativa alla sinistra, superando gli steccati che si sono creati dopo la nefasta direzione del Pdl nella quale fu, di fatto, formalmente estromesso il cofondatore Fini? La politica, quella con la P maiuscola, deve avere - anche se nei tempi giusti - la capacità di superare qualsiasi momento di criticità per ritrovare proposte e progetti utili al bene comune, fuori da a volte comprensibili rancori personali e miopi tatticismi individuali.
Il Paese attraversa una grave crisi istituzionale, sociale, economica, aggravata sempre più da eventi internazionali che non possono dare spazio a incertezze, furberie, tentennamenti. I segnali che si profilano all’orizzonte non sono fra i più incoraggianti e le sfide, dunque, saranno sempre più ampie.
E per quanto riguarda Berlusconi? Mi auguro che sia vero quanto recentemente affermato: «Voglio uscire dalla scena ritagliandomi un ruolo di padre nobile». Se lui è il problema agevoliamolo in questo razionale intento (la Germania di Kohl sia da esempio) e dedichiamoci con anima e corpo, senza alibi, a risolvere le sorti della nostra amata Italia, facendo ciascuno la sua parte di vera classe dirigente, costi quel che costi. Il Paese, quello fuori dal palazzo, ce lo chiede con un paziente e responsabile silenzio che può, da un momento all’altro, esplodere però in qualcosa di assolutamente incontrollabile.